giovedì 9 ottobre 2008


CALCIO, SLA; ORLANDO:
C'E' OMERTA', ALTRI SI AMMALERANNO
"Ho parlato con persone che stanno per ammalarsi e che tra poco verranno fuori".
A rilevarlo, in un'intervista al Tg1, è Massimo Orlando, ex centrocampista della Fiorentina e compagno di squadra di Borgonovo, malato di Sla.
"All'inizio, quando successe a Signorini, si pensò ad una casualità - ha detto il il 37enne ex calciatore di San Donà di Piave anche di Juventus, Reggina, Milan, Atalanta e Pistoiese - Ora invece sono tante le persone che soffrono".
Un pensiero speciale va ovviamente a Borgonovo: "Vedere una persona ridotta così a quarant'anni ti fa pensare.
Nel calcio c'è omertà: si dovrebbe parlare con chi ha curato il nostro fisico per far capire, a persone come noi che sono a rischio, se è stato fatto qualcosa di strano".(AGI)
SPLENDIDO SPETTACOLO DI BENEFICENZA..
I RIFLETTORI PERO' NON DEVONO SPEGNERSI...
LASCIARE CREDERE CHE TUTTO IL MONDO DEL CALCIO SIA UNITO IN UNA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO LA SLA E' UN'ALTRA ILLUSIONE DELLA TV...
I MALATI SONO SOLI, L'ASSISTENZA SPESSO MANCA, I COMUNICATORI E LE SPERIMENTAZIONI NON SONO PER TUTTI, ETC, ETC...ETC...
LACRIME, SOLITUDINE, SOFFERENZA E MORTE
QUESTA E' STATA LA MIA REALTA'


4 commenti:

Anonimo ha detto...

Palla avvelenata

Sono 57 i calciatori o ex calciatori italiani affetti da sclerosi laterale amiotrofica (SLA), un numero 20 volte sopra la media della popolazione mondiale. Semplice coincidenza? A giudicare dall'ultima intervista rilasciata da Nello Saltutti, ex calciatore recentemente scomparso per infarto, qualche dubbio è legittimo. "Un caffè speciale - racconta Saltutti - si trovava tranquillamente sulla tavola imbandita, in bella vista con i flaconi delle pillole, le boccette con le gocce, flebo modello damigiane e punture a volontà". Ma che cosa c'era dentro flebo, siringhe e thermos che circolavano negli spogliatoi di molte squadre già dagli anni '50? Dubbi a parte, le possibili connessioni tra SLA e assunzione di farmaci o doping, nonostante l'impegno dei ricercatori, non sono ancora state trovate. Da qualche tempo a questa parte, poi, all'interesse scientifico si è unito quello giudiziario. Il pretore di Torino, Raffaele Guariniello, ha, infatti, indagato per scoprire la causa dell'anomalo numero di calciatori morti di SLA. E sono arrivati i primi risultati.

Un pozzo senza fondo
L'inchiesta di Guariniello, cominciata nel 1998 a partire dalla famosa frase di Zeman "il calcio deve uscire dalle farmacie", si è rivelata tutt'altro che facile. Molte le reticenze e le ritrosie da superare nella settantina di persone ascoltate: ex calciatori, tecnici, manager, dirigenti e famigliari di vittime del calcio italiano. La sentenza, giunta alla fine del mese di novembre, ha visto l'assoluzione per Antonio Giraudo, amministratore delegato della Juventus, per il quale l'accusa aveva richiesto due anni e un mese, e la condanna a un anno e 10 mesi per Riccardo Agricola, medico della società bianconera, meno della richiesta dell'accusa. Una sentenza che non fa che confermare, seppur in modo più blando, le parole con cui Guariniello aveva aperto la requisitoria: "l'impiego sistematico di Epo sui calciatori bianconeri è un fatto di grande importanza nell'economia di questo processo perché dimostra la differenza della società Juventus rispetto ad altre società". Nel frattempo, tra l'altro, lo stesso procuratore ha condotto uno studio epidemiologico su un campione di 24 mila calciatori che hanno giocato tra gli anni '60 e il 1996. I risultati? Due gli aspetti della vicenda più allarmanti: l'alta incidenza della malattia, di cinque volte superiore rispetto alla popolazione generale, e l'età media dei casi, intorno ai 40 anni, significativamente più bassa dalla media riscontrata in genere, che è di circa 58 anni. I sospetti, ed è questo il nodo dell'indagine, sono un possibile abuso di farmaci, soprattutto antidolorifici e antinfiammatori, utilizzati per ristabilire in breve tempo i giocatori vittime di traumi. Un'ipotesi che i neurologi stanno prendendo in considerazione. Del resto se si esce dai confini italiani si trovano casi analoghi anche tra gli sportivi statunitensi, come i tre giocatori di football americano recentemente morti della malattia. È vero anche - come sostengono gli scettici - che in altri sport, come il ciclismo o l'atletica, dove la presenza del doping è ormai accertata da tempo, non vi sono stati casi e che ogni anno vengono colpite persone che non hanno mai praticato attività sportiva. Si può perciò davvero parlare di malattia professionale del calciatore, come fatto da Guariniello?

Farmaci, traumi o pesticidi?
Provare a ricercare un collegamento tra le malattie dei calciatori e le varie sostanze da loro assunte durante l'attività agonistica non è facile. Bisognerebbe conoscere che cosa è stato somministrato, con quali dosaggi e per quanto tempo, il problema è che la maggior parte dei calciatori, più per ignoranza che per omertà, non sa quello che prendeva. Un recente studio, pubblicato su Lancet Neurology, ha avanzato l'ipotesi che l'abuso di farmaci antinfiammatori possa condurre alla inibizione cronica dell'attivazione gliale. Una protezione fisiologica fondamentale che può contribuire alla cascata di eventi patologica. Ma la relazione tra risposta infiammatoria, stress ossidativo e apoptosi neuronale (morte del neurone) è ancora tutta da dimostrare. Il problema di un possibile ruolo dei traumi fratturativi, invece, è stato affrontato da uno studio recente dell'Università di Stanford, pubblicato su Neuroepidemiology. Il risultato non ha confermato l'ipotesi, smentendo così un precedente studio degli Archives of Neurology. L'ipotesi eziologica più "suggestiva" tra quelle proposte riguarda, infine, il possibile ruolo dei pesticidi e dei fertilizzanti utilizzati per il prato del campo da gioco. L'ipotesi non è così folle se si pensa alla prevalenza della malattia rilevata tra gli agricoltori, in uno studio epidemiologico condotto in Sardegna. Altri studi sono, comunque, necessari per svelare i meccanismi molecolari che determinano la malattia, le cui cause sono del tutto sconosciute. Per ora - come dichiarato dal pretore Guariniello - l'unico dato certo è che per chi gioca al calcio il rischio di contrarre la SLA è altissimo. Si tratta di scoprire come prevenirlo.

Marco Malagutti

Fonti
Beretta S. et al. The sinister side of Italian soccer. Lancet Neurology 2003; 11: 656

Cruz DC. Et al. Physical trauma and family history of neurodegenerative diseases in amyotrophic lateral sclerosis: a population-based case-control study. Neuroepidemiology. 1999;18(2):101-10.

Sienko DG. Et al Amyotrophic lateral sclerosis. A case-control study following detection of a cluster in a small Wisconsin community. Arch Neurol. 1990 Jan;47(1):38-41.

Anonimo ha detto...

MILANO, 22 giugno 2007 - T re nuovi casi di morbo di Gehrig nel calcio italiano, tra il 2004 e il 2006. Uno dei tre giocatori colpiti dalla mortale malattia - altrimenti nota come Sla, sclerosi laterale amiotrofica - è un ex centravanti di serie A, poco più che quarantenne. Non ne scriviamo nome e cognome perché non gradisce che la sua storia venga resa pubblica. Gli altri due ammalati sono ex professionisti con discrete carriere negli anni Ottanta. Gli esiti della ricerca condotta dal dottor Gabriele Mora, della Fondazione Salvatore Maugeri di Pavia, e dal professor Adriano Chiò, del Dipartimento di Neuroscienze di Torino, appaiono inquietanti. «Abbiamo indagato su 7.325 calciatori italiani - spiega il dottor Mora -. Le statistiche generali dicevano che in un campione così ristretto di popolazione il rischio di contrarre la Sla era pari allo 0,5/0,7 per cento. Al massimo avremmo dovuto trovare un malato. Anzi, neppure quello. Invece, tra 7.325 persone dedite al calcio, otto risultano attaccate. Tante, troppe».
CIFRE - Facciamo chiarezza: i calciatori colpiti - italiani oppure stranieri che hanno giocato da noi - sono più degli 8 evidenziati dall' indagine di Mora e Chiò, effettuata su una piccola comunità e limitata nel tempo. L' inchiesta condotta dal magistrato Raffaele Guariniello della Procura di Torino, su un più ampio «range» temporale, certifica circa 40 casi di Sla tra ex giocatori. Pochi sanno, ad esempio, che anche Fulvio Bernardini, centromediano della Roma anni Trenta e poi c.t. della Nazionale, morì nel 1984 del morbo di Gehrig. 6 casi ogni 100.000 abitanti è il livello di diffusione della Sla nel nostro Paese. Una ricerca dimostra che su un campione di 7.325 calciatori sono stati individuati 8 ammalati di questo morbo. Evidente la sproporzione.
FATTORI - Il dottor Mora non è allarmista: «Non mi sento di definire la Sla malattia professionale del calcio e se avessi un figlio maschio lo lascerei giocare a pallone. Verosimilmente, però, il football, abbinato ad altri fattori, può scatenare l' insorgere del morbo». Quali fattori? «La predisposizione genetica, quello 0,1 per cento del Dna che differenzia ciascuno di noi; i ripetuti traumi alle gambe; l' intensa attività agonistica; il venire a contatto con pesticidi e diserbanti usati per mantenere l' erba dei campi da gioco; l' abuso di farmaci, in particolare degli antinfiammatori. Ecco, consiglio ai calciatori di non imbottirsi di anti-dolorifici per giocare a tutti i costi, a dispetto dell' acciacco. Non bisogna forzare il corpo, botte e traumi devono essere assorbiti nei dovuti tempi». I colpi di testa? «Possono incidere. C' è un' evidenza: i calciatori sviluppano la forma bulbare di Sla, con danni prevalenti al blocco facciale».
CENTROCAMPISTI A RISCHIO - Il lavoro di Mora e Chiò - un «report» di imminente pubblicazione, realizzato con la consulenza della dottoressa Caterina Bendotti e finanziato dalla Fondazione Vialli e Mauro - dice un' altra cosa interessante: i centrocampisti sono più a rischio. Questi i ruoli degli 8 malati individuati da Mora e Chiò: sei mediani e/o registi, un difensore e un attaccante. In assoluto si consideri che non risulta esserci mai stato un portiere affetto da morbo di Gehrig. Il dottor Mora: «I centrocampisti corrono più degli altri, prendono colpi in decine di contrasti. Hanno la massa magra più elevata, possono sovraccaricarsi di sforzi prolungati. Non è casuale che i portieri risultino immuni ed è significativo che in una ricerca avviata su basket e ciclismo non si siano trovati ammalati». La Sla prolifera nel football americano. «Vero. E stiamo per scandagliare il rugby».
CLUB RICORRENTI - Nella Sla-story del calcio italiano alcuni club ricorrono più di altri. La Sampdoria del 1958-59, tre morti: Tito Cucchiaroni, Ernst Ocwirk, Guido Vincenzi. Il Como, in diversi periodi: Piergiorgio Corno, Adriano Lombardi, Albano Canazza. Si sospetta del doping e in particolare degli anabolizzanti, ma l' equazione è complicata: se c' entrasse il doping, ci sarebbe stata una strage di ciclisti, invece i campioni della bici sembrano esenti da Sla. Mora: «Sta per arrivare in Italia il dottor Walter Bradley dell' università di Miami. Ci ha chiesto di condurlo sui campi di alcuni stadi. Bradley, negli Usa, lavora su un possibile nesso tra insorgenza di Sla e cianobatteri presenti in alcuni terreni da gioco». L' Italia è all' avanguardia nella lotta alla Sla. «Sull' onda degli studi italiani, si sono mossi gli inglesi. E hanno già imboccato una pista: tre calciatori di seconda divisione affetti da Sla, tutti e tre del Sud dell' Inghilterra». Brutta bestia il morbo di Gehrig, ma dieci anni fa pochi ricercatori se ne occupavano. Oggi è diverso: più medici impegnati, più finanziamenti, più attenzione delle case farmaceutiche. Insomma, ci sono speranze.
Sebastiano Vernazza

Anonimo ha detto...

Ha dell’incredibile quanto è successo mercoledì a Massimo Orlando, ex giocatore viola ed attuale allenatore degli Esordienti Regionali della Fiorentina, nonché commentatore di calcio su La7. L‘ex centrocampista, 37 anni, costretto a lasciare il campo di gioco presto in carriera, a causa dei suoi tanti infortuni, è stato uno dei pochi finora a dire che nel calcio c’è troppa omertà, soprattutto riguardo le ipotetiche malattie che potrebbero essere causate dalle troppe medicine prese in carriera, compresa la Sla, ma non solo. Orlando ha detto che Borgonovo ha avuto coraggio a rendere nota la sua malattia, mentre altri giocatori malati nascondono la verità. Si dà il caso, a proposito, che Geovani, ex Bologna, è un altro calciatore che è stato colpito da questa terribile malattia, una notizia uscita proprio in questi giorni e chissà quanti altri ce ne sono che preferiscono restare nell’anonimato.

Orlando, intervistato da un noto quotidiano sportivo, si è detto preoccupato per aver preso troppe medicine per guarire dai tanti infortuni e che adesso non dorme la notte per paura di ammalarsi. Ha inoltre aggiunto di sentire il suo corpo modificarsi e di provare più fatica del solito. Ebbene l’intervistatrice ha titolato: “Orlando ha la Sla”, uno scoop senza fondamenta. Infatti poco dopo è arrivata la smentita da parte dell’interessato, piuttosto irritato da quanto successo. Orlando ha anche fatto intendere che da ora in avanti parlerà sempre meno.

Una vigliaccata per fare un titolo ad effetto, oppure c’è stato un problema di incomprensione, fatto sta che nel calcio c’è troppa superficialità quando si parla di cose serissime e la Sla è un argomento importante che non va taciuto, ma conosciuto, perché solo portando a conoscenza la malattia si può cercare di curarla. Per questo è importante che chi ne è affetto parli, perché se davvero ci sono tanti giocatori colpiti vuol dire che è una malattia che riguarda anche e soprattutto il calcio, checché se ne voglia nascondere la provenienza. Ma partendo dall’unica certezza che c’è in questo momento, si può aiutare anche coloro che ne sono affetti senza aver mai praticato questo sport. Per questo va un plauso speciale a Massimo Orlando, che ha avuto il coraggio di rendere pubblici i suoi dubbi e che merita anche solidarietà per quanto gli è successo, perché un errore giornalistico così eclatante non metta a tacere chi invece vuole collaborare.

Anonimo ha detto...

Geovani malato
"Addio Bologna
cammino a fatica"
Eleonora Capelli
"Mi piacerebbe tornare a salutare i vecchi amici, invece so che non succederà più" Da speranza brasiliana del Bologna, nell´ormai lontano 1989, a invalido, prima su una sedia a rotelle poi costretto a convivere con una cura che durerà «tutta la vita». Il destino di una malattia al sistema nervoso accomuna Geovani Faria de Silva, che oggi ha 44 anni a Stefano Borgonovo. Ma mentre la Sla, sclerosi laterale amiotrofica, che ha colpito l´ex attaccante di Fiorentina e Milan è una forma molto più grave che attacca il sistema nervoso centrale ed è degenerativa, quindi peggiora con l´andar del tempo, la malattia di Geovani può migliorare con le cure. Anche se l´ex attaccante del Bologna adesso deve rassegnarsi: «Non potrò più giocare neanche con gli amici. Questi due anni senza pallone sono stati i più lunghi, perché il calcio per me è sempre stato la vita».
Geovani, quando ha scoperto di essere ammalato?
«Due anni fa i medici mi hanno diagnosticato una malattia ai nervi che dalla colonna vertebrale si diffondeva agli arti. Sono stato sulla sedia a rotelle e poi con medicine e molta fisioterapia sono riuscito a rimettermi in piedi. Adesso cammino col bastone, ma a volte riesco a fare anche una passeggiata sulla spiaggia senza l´aiuto del tutore».
Di che malattia si tratta?
«La polineuropatia è una sindrome molto rara in tutto il mondo, siamo in pochi ad averla. Qui in Brasile il caso più famoso è quello del giocatore Washington César Santos, classe 1960, che è stato colpito dallo stesso morbo, per il resto non ci sono molti casi conosciuti».
E stato molto doloroso ritrovarsi su una sedia a rotelle da ex calciatore?
«Sì, all´inizio molto, poi piano piano mi sono curato. Mi ha aiutato il mio lavoro, sono assessore allo sport a Espirito Santo, sopra Rio de Janeiro, e la passione per il calcio. Il problema è che la fisioterapia andrà avanti per tutta la vita e probabilmente non potrò giocare mai più. Anche se ormai la mia carriera da professionista era finita, per me il calcio resta sempre la passione più grande, mi pesa moltissimo non poter giocare neanche con i miei amici».
Dall´Italia le sono arrivate manifestazioni di solidarietà?
«Mi è stato molto vicino Aldair, il giocatore brasiliano che era nella Roma più o meno nello stesso periodo in cui io giocavo nel Bologna».
Che ricordi ha del periodo in cui ha vestito la maglia rossoblù?
«E stata una bella esperienza, il calcio italiano è bello ma molto difficile. Per questo andai subito a giocare in Germania, per me da voi era troppo dura».
Mai più tornato in città?
«Sono stato diverse volte a Milano, a Bologna non sono tornato più. Ma ricordo tutti i miei compagni di squadra e l´allenatore, Gigi Maifredi, con molto affetto. Vorrei approfittare per salutare la città anche perché non so quando riuscirò ad affrontare un nuovo viaggio. Probabilmente mai più». (15 ottobre 2008)Torna indietro